
La S.I.S. non è nata da una direttiva ministeriale tantomeno da una riforma di legge ma è nata dalla volontà di scoprire quello che c’è oltre un’indagine di omicidio. Montescuro aveva iniziato a cambiare molti anni prima che qualcuno trovasse il coraggio di ammetterlo. All’inizio erano dettagli isolati: simboli incisi sui muri di appartamenti apparentemente normali, suicidi con incongruenze rituali, sparizioni senza alcuna traccia biologica, vecchi archivi comunali manomessi, testimonianze incompatibili tra loro ma stranamente convergenti su alcuni elementi ricorrenti. Poi arrivarono i cadaveri. Corpi disposti secondo geometrie impossibili da attribuire al caso. Vittime prive di legami apparenti ma unite da riferimenti iconografici antichi, culti dimenticati, tarocchi, testi alchemici e liturgie mai registrate ufficialmente. A quel punto compresi che Montescuro stava generando qualcosa che il sistema investigativo tradizionale non era preparato ad affrontare. Il commissariato era ancora dominato da vecchi protocolli e da una mentalità che pretendeva di ridurre tutto alla statistica criminale. Ma io avevo già visto abbastanza. Troppi rapporti archiviati come suggestione. Troppe perizie interrotte. Troppi fascicoli spariti nei sotterranei dell’archivio giudiziario. Così iniziai a costruire la S.I.S. in silenzio. Un nucleo operativo ristretto. Persone selezionate non soltanto per competenza tecnica, ma per resistenza psicologica. Servivano investigatori capaci di osservare l’orrore senza lasciarsi divorare. Professionisti disposti ad accettare che, a Montescuro, esistessero casi nei quali la componente simbolica aveva lo stesso peso delle prove materiali. Il primo a comprendere la necessità di una squadra simile fu Giorgio Ferro. L’ispettore aveva un approccio cinico, tagliente, quasi chirurgico, ma possedeva una qualità rara: non rideva mai davanti all’inspiegabile. Cercava sempre il punto di contatto tra devianza umana e costruzione rituale. Le sue analisi comportamentali sui criminali seriali permisero alla S.I.S. di sviluppare un metodo investigativo nuovo, basato sull’interazione tra scena del crimine, simbologia e psicologia predatoria. Ferro capì prima di tutti che molti assassini non volevano soltanto uccidere. Volevano comunicare.
Il vice ispettore Davide Fonzarelli arrivò poco dopo. Metodico, freddo, ossessionato dalle procedure. Era l’uomo perfetto per mantenere equilibrio operativo all’interno di una struttura destinata inevitabilmente a muoversi sul confine tra razionale e irrazionale. Ogni missione della S.I.S. venne codificata secondo protocolli interni rigidissimi proprio grazie a lui. Nessun sensazionalismo. Nessuna improvvisazione. Ogni simbolo repertato doveva essere trattato come una prova oggettiva anche se insignificante all’apparenza. Ogni elemento esoterico andava catalogato con lo stesso rigore di un’impronta digitale.
Luca Morro rappresentò invece l’evoluzione tecnologica della squadra. Le sue competenze nell’analisi video, nella ricostruzione digitale e nei sistemi di sorveglianza permisero alla S.I.S. di identificare anomalie investigative che spesso sfuggivano ai normali reparti. Morro individuò veicoli fantasma, alterazioni nei flussi urbani, blackout sincronizzati con determinati eventi rituali e perfino pattern ricorrenti nella disposizione geografica di alcuni omicidi. Fu lui a sostenere per primo che Montescuro possedesse una vera e propria “topografia criminale occulta”.
Clotilde Mazza rappresentò il passaggio più controverso. Molti all’interno del commissariato ritenevano assurdo inserire nella squadra un’agente con competenze in antropologia esoterica, simbologia antica e storia dell’occultismo criminale. Fu esattamente per questo che la volli nella S.I.S. Clotilde comprendeva linguaggi che gli altri ignoravano. Non interpretava il soprannaturale come fede, ma come sistema comunicativo utilizzato da menti criminali estremamente evolute. Alcuni dei casi più delicati della squadra vennero decifrati grazie alla sua capacità di collegare elementi rituali apparentemente scollegati. In certe notti trascorse negli archivi sotterranei del commissariato, circondati dall’odore di carta marcia e polvere umida, vidi persino Ferro smettere di ironizzare davanti alle sue intuizioni.
Paride Lanfranconi trasformò la Scientifica di Montescuro in qualcosa di completamente diverso da un semplice laboratorio forense. Pretese strumentazioni avanzate, banche dati indipendenti, protocolli speciali e un archivio separato per i reperti classificati come simbolici o rituali. Nessuna traccia veniva sottovalutata. Ceneri, pigmenti, incisioni, residui organici, metalli ossidati, cere rituali, pollini anomali, fibre tessili antiche. Lanfranconi sosteneva che il vero errore degli investigatori fosse credere che l’occulto non lasciasse tracce scientifiche. In realtà ne lasciava moltissime. Bastava sapere dove guardare.
Federica Diotallevi fu probabilmente la presenza più importante dell’intera struttura. La medicina legale è il luogo dove la menzogna finisce. I morti non recitano. Non manipolano. Non nascondono. Diotallevi comprese immediatamente che alcune vittime presentavano caratteristiche incompatibili con le normali dinamiche di omicidio. Lividi post-mortem inspiegabili, microfratture rituali, alterazioni oculari, posture innaturali e livelli di adrenalina incompatibili con il tempo stimato della morte. I suoi referti impedirono decine di archiviazioni superficiali.
Ma la S.I.S. non nacque soltanto dentro il commissariato. Nacque anche fuori. Nelle strade fredde di Montescuro. Nelle chiese abbandonate. Nei cunicoli murati sotto il centro storico. Don Pietro Della Bella divenne un riferimento silenzioso ma fondamentale. Non parlava mai apertamente di possessioni o demoni. Parlava di male umano. Di oscurità collettiva. Di ritualità primitive che sopravvivono sotto la superficie civile delle città. Alcuni documenti custoditi nella canonica di Montescuro si rivelarono più utili di interi archivi giudiziari.
Ermete Sinegundo rappresentava invece il punto più ambiguo dell’intero sistema. Mistico, studioso dell’esoterismo europeo, uomo circondato da un’aura disturbante e impossibile da definire. Non lavorò mai ufficialmente per la S.I.S., ma in più occasioni fornì chiavi interpretative su culti, simboli e strutture iniziatiche che si dimostrarono inquietantemente corrette. Nessuno all’interno della squadra si fidava davvero di lui. Nemmeno io.
Francina Panecaldo contribuì alla catalogazione delle correnti esoteriche attive tra Lombardia, Piemonte e Svizzera meridionale. I suoi studi sulle confraternite pseudo-religiose permisero di individuare connessioni tra casi apparentemente separati da anni e territori diversi. Alessandra Portobello, storica e bibliotecaria, aprì invece alla S.I.S. gli archivi dimenticati di Montescuro: mappe catastali sparite, registri ecclesiastici manipolati, cronache medievali censurate e documenti relativi a processi mai ufficialmente registrati.
Persino Doroteo Leni, capo della Polizia Locale, comprese quanto fosse necessario creare una struttura autonoma. La sua rete territoriale garantì alla squadra accesso immediato a zone urbane isolate, edifici dismessi, sottopassi, cave abbandonate e aree periferiche dove spesso si verificavano eventi anomali mai denunciati ufficialmente.
Quanto al Questore Uccio Ronzo, accettò l’esistenza della S.I.S. solo dopo il terzo caso classificato internamente come “rituale ad alta replicabilità”. Fu lui a firmare l’autorizzazione definitiva. Non per convinzione ma per necessità.
La S.I.S. opera ancora oggi secondo protocolli separati dal resto del commissariato. Quando arriva una chiamata, la squadra non interviene mai come una normale unità investigativa. Prima viene isolata la scena. Poi si esegue una doppia lettura del luogo: una forense e una simbolica. Nulla viene spostato finché non vengono completate entrambe le analisi. Ogni omicidio viene trattato contemporaneamente come crimine materiale e come possibile costruzione rituale. I profili psicologici vengono integrati con studio iconografico, ricostruzione ambientale, analisi storica del territorio e mappatura relazionale delle vittime. Le operazioni si svolgono spesso di notte, quando Montescuro sembra cambiare volto e la città restituisce dettagli che il giorno nasconde sotto il rumore della normalità. L’obiettivo della S.I.S. non è dimostrare l’esistenza del soprannaturale. È molto peggio. Il nostro obiettivo è comprendere quanto lontano possa arrivare la mente umana quando decide di utilizzare il terrore, il simbolo e l’occulto come strumenti di dominio. E dopo anni trascorsi dentro quei fascicoli posso affermare una sola cosa con assoluta certezza: alcuni criminali non cercano semplicemente vittime ma cercano comprensione.
Ed è proprio questo il motivo per cui la S.I.S. continua ad esistere. Perché a Montescuro il male non si limita a uccidere ma vuole essere compreso.