Simbologia nascosta

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Ci sono città che nascondono segreti. E poi c’è Montescuro, che sembra costruita direttamente sopra di essi. Dopo anni trascorsi a indagare tra i suoi vicoli umidi, le chiese dimenticate, gli archivi sotterranei e le case dove il tempo pare essersi fermato, ho compreso una cosa che continuo a considerare profondamente inquietante: nulla, a Montescuro, sembra essere stato lasciato al caso. Nemmeno i simboli. All’inizio li consideravo semplici coincidenze. Marchi lasciati da fanatici, ossessioni di menti disturbate, richiami folkloristici utilizzati per alimentare superstizioni locali. Un investigatore deve restare ancorato ai fatti, alle prove, alla logica. È ciò che mi hanno insegnato. Ed è ciò che ho sempre cercato di fare. Ma Montescuro possiede una capacità quasi patologica di incrinare ogni certezza. Il primo simbolo lo vidi tredici anni fa inciso sul pavimento di una scena del crimine nella periferia nord della città. Un cerchio incompleto attraversato da tre linee verticali e da una spirale centrale tracciata con precisione geometrica. Nessun riferimento ufficiale nei database investigativi. Nessuna corrispondenza immediata nei repertori criminali nazionali. Eppure, nei mesi successivi, quel simbolo tornò a comparire. Su muri umidi di edifici abbandonati. Sul retro di vecchie fotografie sequestrate durante una perquisizione. Inciso sotto il tavolo di un archivio parrocchiale risalente al Seicento. Sempre lo stesso. Sempre identico. Come una firma lasciata da qualcuno deciso a ricordare alla città la propria esistenza. Col tempo iniziai a comprendere che la simbologia esoterica di Montescuro non apparteneva soltanto al presente. Era radicata nella storia stessa della città. Nei sotterranei della vecchia Abbazia di San Michele furono ritrovati antichi documenti ecclesiastici mai catalogati ufficialmente, contenenti riferimenti a congreghe clandestine, rituali di purificazione e processi celebrati lontano dagli occhi pubblici. Alcuni verbali parlavano di individui convinti che determinati simboli fossero “porte” capaci di mettere in comunicazione il mondo reale con qualcosa di indefinibile. Qualcosa che gli stessi scriventi evitavano accuratamente di nominare. La parte più disturbante di quelle indagini non fu però l’aspetto storico o folkloristico. Fu la continuità. Gli stessi segni riemersero nei decenni successivi accanto a omicidi irrisolti, sparizioni improvvise, suicidi anomali e incendi mai spiegati completamente. La Scientifica trovò analogie persino nelle proporzioni geometriche utilizzate sulla scena di tre delitti separati da oltre quarant’anni. Sequenze matematiche identiche. Stessa disposizione degli oggetti. Stesso orientamento rituale dei corpi. Coincidenze troppo precise per essere ignorate. Ancora oggi continuo a chiedermi se dietro quei simboli esista davvero un’organizzazione, una tradizione tramandata nel tempo o qualcosa di ancora peggiore: una memoria oscura appartenente alla città stessa. Perché a Montescuro le persone dimenticano in fretta, ma i simboli no. Restano. Cambiano muro. Cambiano epoca. Cambiano vittime. Ma restano. Alcuni notti mi capita ancora di sfogliare vecchi fascicoli rimasti aperti sulla scrivania del mio ufficio mentre fuori la nebbia inghiotte le finestre del commissariato. Ed è sempre in quei momenti che riaffiora la stessa sensazione. Quella di essere osservato da qualcosa che non riesco a identificare completamente. Forse è soltanto stanchezza. Suggestione. Oppure il peso accumulato dopo anni passati a inseguire ombre. Ma ogni volta che torno su quei documenti, ogni volta che rivedo quei simboli impressi sulle fotografie delle scene del crimine, ho l’impressione che Montescuro stia cercando di raccontare qualcosa. Qualcosa che nessuno, fino ad ora, è riuscito davvero a comprendere. E forse è proprio questo il dettaglio più pericoloso. Perché alcune verità non diventano meno oscure quando vengono scoperte. Diventano soltanto più vicine.

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