Quel che resta (prima parte)

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La morte parla molto più dopo essere stata aperta. È una cosa che impari presto quando lavori abbastanza a lungo dentro Montescuro. All’inizio credi che il cadavere sia il punto finale di una storia. Poi inizi a frequentare obitori, sale autoptiche, laboratori anatomopatologici e archivi giudiziari sotterranei, e capisci che il corpo è soltanto una porta. Il problema è capire cosa passa attraverso quella porta quando viene aperta.
Nella Scientifica di Montescuro esiste una stanza che non compare in nessuna planimetria ufficiale. Un archivio sotterraneo nascosto dietro una porta metallica senza targhe, oltre il vecchio corridoio refrigerato dove vengono conservati i reperti biologici non classificati. Ci sono entrato decine di volte negli anni, ma ogni volta ho avuto la sensazione di scendere dentro qualcosa di vivo. L’umidità filtra lungo i muri come sudore. I neon vibrano con un ronzio intermittente che sembra arrivare da molto più lontano del soffitto. L’aria sa di formalina, polvere bagnata e carta marcia. È il posto dove finiscono i casi che nessuno riesce a chiudere davvero. La dottoressa Federica Diotallevi, che possiede abbastanza freddezza da sezionare un bambino senza perdere precisione nel referto, una volta mi disse che alcune autopsie lasciano effetti collaterali sugli operatori. Non lo disse come una superstizione. Lo disse come un dato clinico. Tecnici insonni. Medici legali diventati dipendenti da sedativi. Infermieri incapaci di tornare in sala dopo determinati casi. Nessuno aveva mai prodotto statistiche ufficiali. Nessuno voleva farlo. A Montescuro certe cose vengono archiviate dentro il silenzio.
Tutto iniziò con un fascicolo dimenticato. Sigla M-17/RC. Lo recuperai durante una revisione dei casi irrisolti della periferia nord della città. Una donna sconosciuta ritrovata nel novembre del 2009 dentro una scuola abbandonata a Vallefredda. Nessun documento di riconoscimento. Nessuna denuncia di scomparsa. Nessuna impronta utile. Nessun DNA compatibile nelle banche dati. Il classico cadavere destinato a marcire in archivio fino a diventare polvere amministrativa.
L’autopsia era stata eseguita dal professor Aldighieri. Un vecchio anatomopatologo considerato brillante quanto instabile. Morto due anni dopo in circostanze poco chiare dentro il proprio appartamento, ufficialmente per arresto cardiaco. Ufficiosamente, chi aveva visto il corpo parlava di una scena che nessuno volle verbalizzare completamente. Il referto iniziava in modo quasi normale. Nessun trauma mortale evidente. Nessuna emorragia interna significativa. Nessuna sostanza tossica rilevata. Ma dopo poche pagine tutto iniziava a deragliare. I tessuti della vittima mostravano un deterioramento cellulare incompatibile con l’età apparente. Muscolatura senescente. Micro calcificazioni diffuse. Degenerazione nervosa avanzata. Era come se il corpo fosse invecchiato dall’interno molto più rapidamente del normale. Poi trovai quella frase. Una sola riga infilata in mezzo alle note operatorie. “Presenza di materiale filamentoso nero aderente al pericardio. Aspetto non compatibile con necrosi fungina conosciuta.” Nella mia carriera avevo letto abbastanza autopsie da riconoscere quando un medico sta cercando di descrivere qualcosa che non comprende. Aldighieri aveva paura mentre scriveva quelle parole. Lo capii immediatamente.
Le fotografie anatomopatologiche risultavano mancanti. Anche i campioni istologici. L’unica cosa rimasta era una registrazione audio deteriorata della sala autoptica. Un vecchio backup recuperato dagli archivi analogici della Scientifica. Chiesi a Luca Morro di ripulire il file. Passammo quasi tre ore dentro il laboratorio informatico mentre fuori la pioggia martellava le finestre blindate del commissariato.
(fine prima parte)

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