Quel che resta (seconda parte)

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Il file era disturbato da scariche statiche continue. Ronzii metallici. Interferenze elettriche. Ma a un minuto e quarantadue secondi succedeva qualcosa. La voce di Aldighieri si interrompeva di colpo. Seguivano undici secondi di silenzio assoluto. Poi arrivava quel rumore. Era qualcosa di organico o almeno sembrava. Morro isolò le frequenze basse della registrazione. Emersero pulsazioni irregolari quasi impercettibili. Un ritmo lento. Simile a un battito cardiaco distante. Il giorno dopo Luca iniziò a comportarsi in modo strano. Disse di sentire odore di terra bagnata e ferro ossidato nel laboratorio informatico. Nessun altro percepiva nulla. Lo trovai nervoso, pallido, con le occhiaie profonde di chi non dorme da giorni. Continuava a lavarsi le mani. Due notti dopo sparì per quasi quattro ore all’interno della Scientifica. Lo recuperarono nel parcheggio sotterraneo mentre fissava il muro con le scarpe sporche di fango nero. Non ricordava come ci fosse arrivato. Fu la Diotallevi a chiedermi di fermarmi. Naturalmente non lo feci. Scoprii che il corpo della donna non era stato cremato. Risultava ancora sepolto nel vecchio cimitero monumentale di Montescuro, settore est, corridoio ipogeo quattro. Una zona dimenticata persino dai custodi. Pioveva quando autorizzai la riesumazione. Una pioggia sottile, quasi invisibile, che sembrava galleggiare dentro la nebbia.
Ricordo perfettamente il momento in cui aprirono la bara. Non per quello che vidi. Per quello che non vidi. Nessuna decomposizione avanzata. Nessun collasso evidente dei tessuti. Il corpo appariva troppo integro. La pelle aveva assunto una tonalità grigio-cenere uniforme. Le unghie erano completamente nere. Le labbra contratte all’indietro in una tensione quasi dolorosa. Ma gli occhi furono il dettaglio che mi fece arretrare inconsciamente. Le orbite non erano completamente collassate. Come se qualcosa dall’interno avesse mantenuto la struttura dei tessuti. La nuova TAC forense mostrò anomalie diffuse lungo il torace e il collo. Filamenti sottilissimi ramificati dentro la cavità corporea. Sembravano reti vegetali cresciute dentro il sistema linfatico. La Diotallevi eseguì biopsie multiple. Tre campioni sparirono durante il trasferimento interno. Il quarto arrivò in laboratorio. Alle due e tredici del mattino ricevetti una chiamata dal tecnico reperibile. La comunicazione durò meno di un minuto. Respirava male. Tremava. Continuava a ripetere una sola parola. “Muove.” Quando raggiunsi la Scientifica trovai il laboratorio vuoto. Le luci principali erano spente. Restavano accesi soltanto i monitor diagnostici che illuminavano la stanza con riflessi azzurri intermittenti. Il campione biologico era ancora sul vetrino. Nero. Immobilizzato. Eppure avevo la sensazione che qualcosa fosse cambiato. Osservai il preparato attraverso il microscopio elettronico. I filamenti apparivano intrecciati tra loro come sinapsi primitive. Non possedevano membrane cellulari identificabili. Nessuna struttura batterica conosciuta. Nessun comportamento compatibile con muffe o funghi. Sembravano organizzati. Quella fu la parola che mi terrorizzò davvero. Organizzati. La Diotallevi scrisse una relazione preliminare che venne secretata nel giro di poche ore. Riuscii a leggerla prima che sparisse nei server centrali del SIS. Nell’ultima parte annotava una frase che ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa. “I filamenti sembrano reagire agli stimoli termici anche dopo il distacco dal tessuto ospite.” Quella notte rimasi solo nell’archivio sotterraneo. Fuori pioveva forte. L’acqua colpiva i vetri alti del seminterrato come dita nervose. I neon continuavano a pulsare sopra di me. Sfogliai vecchi registri anatomopatologici fino quasi all’alba. E trovai il collegamento. Tre casi analoghi negli ultimi cinquant’anni. Corpi non identificati. Anomalie interne. Materiale filamentoso nero. Operatori sanitari colpiti da disturbi neurologici progressivi. E sempre la stessa conseguenza finale. La sparizione sistematica delle fotografie autoptiche. Come se qualcuno avesse cercato di cancellare ogni testimonianza visiva. Nell’ultimo fascicolo trovai una nota manoscritta senza firma. Carta ingiallita. Inchiostro quasi scolorito. “La dissezione non apre il corpo. Apre ciò che il corpo conteneva.” Ricordo perfettamente ciò che provai in quel momento. Per la prima volta dopo anni di omicidi, sangue, rituali, suicidi manipolati, corpi carbonizzati e simboli esoterici tracciati col sangue, sentii qualcosa che non assomigliava alla paura investigativa. Era peggio. Era la sensazione che certe cose non dovrebbero essere osservate troppo a lungo. Chiusi lentamente il fascicolo. Nel riflesso della finestra vidi la mia sagoma deformata dalla pioggia. E dietro di me, nell’oscurità dell’archivio, vidi qualcos’altro. Solo un movimento lento. Come il respiro di qualcuno immobile nel buio da molto, troppo tempo. E per la prima volta nella mia carriera non ebbi il coraggio di voltarmi immediatamente.

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