Un dossier riservato del Commissario Max Palmieri esplora gli archetipi del male emersi in decenni di indagini. Figure ricorrenti, simboli impossibili e un inquietante collegamento nascosto tra quarantuno casi apparentemente scollegati.
Ci sono casi che si risolvono. Poi ci sono casi che si comprendono. E infine esistono quelli che continuano a vivere dentro chi li ha indagati. Nel corso della mia carriera ho visto assassini seriali, fanatici religiosi, psicopatici organizzati, predatori sessuali, manipolatori, torturatori e uomini apparentemente normali trasformarsi in qualcosa di diverso. Qualcosa che andava oltre la semplice definizione di criminale. Per anni ho creduto che il male fosse una somma di fattori osservabili: traumi infantili, disturbi della personalità, contesti sociali degradati, devianze comportamentali. La criminologia offre strumenti straordinari per comprendere il comportamento umano. La medicina legale parla attraverso i corpi. La psicologia criminale attraverso le ossessioni. L’analisi investigativa attraverso i modelli. Eppure, dopo centinaia di scene del crimine, ho iniziato a notare qualcosa che sfuggiva alle classificazioni. Gli assassini cambiavano. Le epoche cambiavano. I moventi cambiavano. Ma alcune forme rimanevano identiche. Sempre. Come se il male indossasse maschere differenti pur restando lo stesso. Fu durante una notte di novembre che iniziai a chiamarle archetipi. Montescuro era immersa nella nebbia, come sempre del resto. Avevo davanti decine di fascicoli. Omicidi separati da oltre quarant’anni. Vittime senza alcun legame. Assassini provenienti da ambienti completamente diversi. Eppure emergevano somiglianze inquietanti. Schemi. Figure. Ruoli. Come se esistessero personaggi eterni che continuavano a reincarnarsi nei criminali di ogni generazione. Il primo archetipo è quello del Sacerdote Nero. Non necessariamente un uomo di fede. Non necessariamente qualcuno che appartiene a un culto. Il Sacerdote Nero è colui che si convince di essere depositario di una verità superiore. Uccide per purificare. Per correggere. Per salvare. Ogni sua azione è giustificata da una missione. Nei suoi occhi la vittima non è una persona. È un errore da cancellare. Ne ho incontrati diversi. Alcuni portavano croci. Altri simboli pagani. Altri ancora non possedevano alcuna convinzione religiosa. Eppure il meccanismo psicologico era identico. La convinzione di essere stati scelti. La certezza assoluta di possedere una verità negata al resto dell’umanità. Sono individui estremamente pericolosi perché il loro senso morale è stato sostituito da una missione. E quando un uomo smette di dubitare di sé stesso diventa capace di qualsiasi atrocità.
Il secondo archetipo è il Collezionista. Molti serial killer appartengono a questa categoria. Non cercano soltanto la morte. Cercano il possesso. Conservano fotografie, oggetti personali, capelli, gioielli, documenti, frammenti di vita strappati alle vittime. Per loro la morte rappresenta soltanto l’inizio. Il vero obiettivo è trasformare una persona in una reliquia privata. Durante una perquisizione effettuata anni fa in una cascina abbandonata a nord di Montescuro trovammo una stanza piena di scatole numerate. Ogni scatola apparteneva a una vittima. C’erano lettere, fotografie scolorite, anelli, tessere sanitarie, biglietti ferroviari e persino campioni di tessuto umano accuratamente conservati. L’assassino era morto pochi giorni prima che riuscissimo a identificarlo. Nessuno saprà mai quante persone abbia realmente ucciso. Ancora oggi quelle scatole sono custodite negli archivi della Scientifica. Ogni tanto qualcuno le apre per una revisione. Ogni volta il silenzio diventa più pesante. Il terzo archetipo è il Burattinaio. Personalmente lo considero il più pericoloso. Il Burattinaio raramente sporca le proprie mani di sangue. Preferisce manipolare. Corrompere. Convincere. Costruire dipendenze psicologiche. Individua persone fragili, isolate, disperate oppure ambiziose e le trasforma in strumenti. Ama il controllo assoluto. Ama osservare gli eventi svilupparsi senza esporsi. Nelle organizzazioni criminali più sofisticate questa figura compare con impressionante frequenza. Quando finalmente emerge appare spesso insignificante. Una persona comune. Quasi anonima. Ed è proprio questo il suo potere. Ricordo un’indagine durata quasi tre anni. Tutte le prove indicavano esecutori diversi. Profili incompatibili. Nessun collegamento apparente. Alla fine scoprimmo un unico uomo che non aveva commesso materialmente nessun crimine ma aveva orchestrato ogni dettaglio. La sua soddisfazione derivava dal sapere che gli altri stavano vivendo la sua volontà. Il quarto archetipo è il Predatore. La sua forma è la più antica. Esisteva prima delle città, prima delle religioni e prima delle leggi. Il Predatore osserva il mondo come una catena alimentare. Esistono soltanto cacciatori e prede. Empatia assente. Rimorso inesistente. I predatori estremi non provano piacere nel dolore altrui. Sarebbe troppo umano. Semplicemente non attribuiscono valore alla vita degli altri. Quando osservano una vittima vedono un’opportunità. Una risorsa. Un oggetto. Una possibilità. La loro lucidità è spesso terrificante. Non sono dominati dalla rabbia. Non perdono il controllo. Pianificano. Calcolano. Aspettano. Alcuni dei peggiori criminali incontrati a Montescuro appartenevano a questa categoria. Individui capaci di partecipare a una cena, sorridere, discutere di calcio o di politica e poche ore dopo commettere un omicidio senza che il battito cardiaco subisse variazioni significative. Esiste però un archetipo che mi inquieta più di tutti. Lo chiamo l’Uomo Vuoto. L’ho incontrato poche volte. Troppo poche per costruire una teoria. Troppo spesso per ignorarne l’esistenza. L’Uomo Vuoto non prova piacere. Non prova rabbia. Non prova odio. Non prova nulla. Commette atrocità con la stessa espressione con cui altri preparano il caffè o leggono il giornale. I suoi atti sembrano privi di significato, privi di emozione e privi di logica. Gli psichiatri parlano di dissociazione estrema. Alcuni profiler ipotizzano una frammentazione dell’identità. Altri sostengono che si tratti di un crollo totale dell’empatia. Ogni volta che mi sono trovato davanti a uno di loro ho avuto la sensazione di osservare qualcosa di profondamente antico. Come se la persona fosse scomparsa lasciando soltanto un involucro biologico. Ricordo ancora il caso di un infermiere che per anni aveva lavorato in una clinica privata della provincia. Quando venne arrestato per una serie di omicidi nessuno riusciva a spiegarsi come fosse possibile. I colleghi lo descrivevano come gentile, educato e affidabile. Durante gli interrogatori non mostrò emozioni. Non negò. Non confessò. Non giustificò nulla. Sembrava semplicemente assente. Negli anni ho iniziato a chiedermi se questi archetipi fossero soltanto categorie psicologiche. Una costruzione mentale utile a dare ordine al caos. Poi arrivò l’Archivio Ombra. Negli archivi della Scientifica esiste una cartella non ufficiale. Non compare nei registri ordinari. Non possiede classificazioni ministeriali. Non dovrebbe nemmeno esistere. Raccoglie casi apparentemente scollegati. Crimini impossibili. Morti inspiegabili. Fenomeni che non trovano collocazione nei rapporti ufficiali. Qualche mese fa ho deciso di rileggerlo integralmente. Trecentoventisei fascicoli. Settantadue anni di indagini. Migliaia di pagine. Fotografie. Referti autoptici. Relazioni tecniche. Appunti manoscritti. Materiale che avrebbe meritato di essere dimenticato e che invece continuava a riaffiorare come un corpo trascinato dalla corrente. Fu durante quella revisione che scoprii qualcosa di inquietante. In quarantuno casi differenti compariva sempre lo stesso simbolo. A volte era inciso. Altre volte disegnato. Altre ancora nascosto all’interno di fotografie, mappe catastali, registri parrocchiali o documenti apparentemente insignificanti. Un segno semplice. Quasi banale. Una figura geometrica che avrebbe potuto essere liquidata come coincidenza. Eppure era presente. Sempre. Dal 1954 fino ai giorni nostri. Gli esperti di simbologia della Scientifica non riuscirono a identificarlo. Gli storici non trovarono riferimenti attendibili. Nemmeno gli specialisti di esoterismo criminale individuarono una corrispondenza certa. Sembrava appartenere a qualcosa che non avrebbe dovuto esistere. Continuai a scavare. Più scavavo e più emergeva un dettaglio inquietante. Molti dei responsabili di quei quarantuno casi non si erano mai conosciuti. Nessun contatto. Nessuna organizzazione comune. Nessuna parentela. Nessuna sovrapposizione geografica significativa. Niente. Eppure sembravano aver attinto alla stessa fonte. Alla stessa immagine. Alla stessa ossessione. La notte in cui conclusi il dossier la nebbia aveva completamente inghiottito Montescuro. Le finestre del mio ufficio erano diventate specchi opachi. Il commissariato era quasi deserto. Ricordo il silenzio. Ricordo l’odore della carta vecchia e del caffè bruciato proveniente dal distributore del corridoio. Ricordo soprattutto una fotografia. L’ultima del fascicolo. Una fotografia scattata nel 1954 all’interno di un ospedale psichiatrico demolito molti anni fa. Era sgranata, imperfetta e quasi illeggibile. Mostrava un lungo corridoio. In fondo appariva una figura umana. Troppo lontana per essere identificata. Troppo nitida per essere un semplice difetto della pellicola. Sul muro accanto a quella figura compariva lo stesso simbolo presente nei quarantuno casi. Ingrandii l’immagine più volte. Pensavo di trovare un errore. Una macchia. Un artefatto fotografico. Invece notai un dettaglio che nessuno aveva mai segnalato. Una scritta. Tre parole appena leggibili. Tre parole che non comparivano in alcun rapporto ufficiale. Tre parole annotate da nessuno e archiviate da tutti. Tre parole che ancora oggi non riesco a dimenticare. “Non siamo soli.”
Da allora ho iniziato a chiedermi se gli archetipi del male siano soltanto costruzioni psicologiche o se rappresentino qualcosa di molto più antico. Qualcosa che attraversa le generazioni. Qualcosa che cambia volto ma non sostanza. Qualcosa che utilizza uomini e donne come maschere temporanee. Una presenza che emerge ciclicamente assumendo forme differenti ma perseguendo sempre lo stesso scopo. Non possiedo prove. Non possiedo certezze. Possiedo soltanto fascicoli, fotografie e una quantità crescente di domande. E nelle notti in cui la nebbia avvolge Montescuro e il silenzio diventa troppo profondo, mi capita ancora di aprire quel dossier. Ogni volta trovo un dettaglio che non ricordavo. Ogni volta emerge una connessione nuova. Ogni volta ho la sensazione che qualcuno abbia continuato a scrivere la storia dopo che avevo chiuso il fascicolo. E la possibilità più inquietante non è che il male esista davvero come entità autonoma. La possibilità più inquietante è che abbia imparato a nascondersi così bene da sembrare soltanto una parte della natura umana. E che in questo preciso momento, da qualche parte nelle strade nebbiose di Montescuro, stia già osservando il prossimo volto destinato a indossare una delle sue antiche maschere.

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